V0CE 04
SE VUOI
I LAMPASCIONI
DEVI SCAVARE
LA TERRA
LA VOCE DI GIOVANNA E STINUCCIO
Domenica. Arriviamo da Giovanna molto prima di pranzo. Lei ci attende in cucina già al lavoro tra i fornelli mentre un cagnolino abbaia insistentemente e il suo nipotino l’affianca con in mano alcuni soldatini mentre lei inizia a raccontare. Sembra abbia cucinato per una squadra di calcio. In effetti dopo poco arrivano alcuni amici di sua figlia. Il tavolo da pranzo è già apparecchiato con ogni tipo di pietanza tipica del luogo. C’è fermento oltre che meraviglia di fronte all’ospitalità di questa donna e di suo marito che, affettuosamente, l’aiuta in cucina. Menù: antipasti di carciofi e zucchine in pastella, olive, pomodori secchi, fave condite, lampascioni, funghi cardocelli sott’olio. Tagliatelle fatte in casa con crema di ceci e fungi. Panzerotti fritti.
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Agostino Il mio nome è Agostino detto Stinuccio. Ho lavorato come ferroviere, ho iniziato a 23 anni. Prima facevo il muratore a 14 anni, questa casa l’ho fatta io, a 32 anni. Prima ancora, per un anno ho lavorato a Milano. Venne mia zia da Milano qui in vacanza negli anni ’60 dicendo che a Milano avevano bisogno di ragazzi apprendisti per lavorare nelle fabbriche. Così, finita la terza media mi trasferii lì. Quindi a 14 anni ero già autonomo. A livello culturale Milano era già emancipata, più all’avanguardia mentre il Meridione era ancora un po’ sottosviluppato e io avevo voglia di scoprire cose nuove. Poi quando tornai qui in ferie, trovai mio padre ingessato a causa di un incidente e mi pregò di rimanere qui ma era una scusa. La verità è che mia zia non riusciva più a starmi dietro e non voleva più assumersi questa responsabilità; io ero autonomo: andavo a San Siro, in piscina, al fiume. Così una volta tornato, incontrai Giovanna. Dopo averla incontrata la prima volta in villa, la rividi dopo un anno dal balcone di casa dei miei amici. L’ho corteggiata per un anno, mi appostavo sotto casa, le facevo la corte spietatamente, facevo il palo e le inviavo le lettere quando stavo al militare.
Paola (figlia) In una lettera mio padre chiede a mia madre di mandargli una foto in costume e lei rispose: “Come ti permetti?”.
Giovanna Mi scriveva che immaginava di stare con me, di passeggiare insieme sotto l’illuminazione di San Michele o che mi aveva sognata mentre mi portava all’altare.
Le mani si muovono
in sincrono
posso non dirti nulla
tu conosci la danza
mi è sempre piaciuto ballare.
VOCE 02
Ma che ne so dove stiamo andando
Che da casa mia mai mi sono allontanata
Sennò per farmi illuminare dalle luci di San Michele
Dicevi che sembravo una tigre
Guardami ora
Stretta nel sedile di un treno destinazione viaggio
di nozze a trovare parenti in giro per la penisola
che sembrano avere sempre più fortuna di noi,
sempre case più belle, vestiti più alla moda,
figli più intelligenti e l’accento di giù smarrito nella
bocca che li fa sembrare più intelligenti,
più belli, più alla moda
Ora la tigre si acquieta e i panini che ho preparato
per il viaggio mi sembrano una carezza dalla
me non sposata, non coniugata a nessun verbo
che mi conduce a te
Ancora tigre, ma con occhi docili e unghie limate
dalla fatica, e un sorriso di chi vuole mangiare
pure te, dall’altra parte dell’obbiettivo
Ma dove devo guardare
Non mi scattare la foto ora
conservala per quando arriviamo
Che i rullini son pochi non basteranno per tutti
i ricordi che voglio ricordare.
ALTRE VOCI
01 TITOLO DELLA VOCE
VOCE DI FRANCO
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