VOCE 01
Preservare, Valorizzare, Raccontare
LA VOCE DI FRANCO
Giovedì. Franco ci accoglie nella sua casa. Da lui ci torneremo svariate volte. Ogni oggetto, quadro, arredamento racconta un episodio della propria vita; sembra di essere finiti dentro un museo. Ci mostra la sua terrazza che si affaccia su tutto il paesaggio gravinese. Rientriamo. La sua cagnolina lo segue ovunque. Franco è un uomo distinto, tutto raccolto nel suo dolcevita. Il suo sguardo è magnetico e parla di una curiosità profonda e passionale verso la storia dei luoghi, la sua terra e le sue radici. Ci accomodiamo. È una giornata fredda di metà mattina. Sua moglie ci offre una tisana e del caffè. Inizia il racconto.
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Casa nostra era la tipica casa di quell’epoca e cioè un po’ scombinata: c’era un ingresso enorme e da lì si accedeva alle stanze da letto o al tinello o al salotto per cui mia nonna era sempre all’erta. Mia nonna era una Ianora: a Gravina c’è una via che si chiama così. Ianora era un socialista, ma mia nonna era più borghese. Mio nonno materno era laureato in Economia e commercio, cosa rarissima all’epoca, ti sto parlando dell’inizio del secolo ed era direttore del Credito Italiano di Milano. Poi si spostò a Monopoli. Stiamo parlando di una borghesia molto alta. Ho avuto un’infanzia tutto sommato felice perché rispetto a tanti bambini avevo una vita agiata; ad esempio i giocattoli, ricordo ancora il pallone che ebbi in regalo quando compii 14/15 anni ma i ricordi più vivi sono quelli di quando avevo fra i 5 e gli 8 anni perché furono tempi traumatici che ti restano impressi nella mente. Ad esempio ricordo quando a Gravina bruciò l’Albergo Lombardi. Gravina è sempre stata di sinistra nel ‘48-‘49 e in quel periodo cominciarono gli scio25 peri e ci furono dei morti (di fronte la Farmacia Ninivaggi c’è una lapide) e nel centro di Gravina, in Piazza della Repubblica c’era un albergo di fascisti, l’albergo Lombardi. L’albergo fu incendiato e se non ricordo male il suo proprietario fu ucciso. Io avevo 8 anni, sono stati anni movimentati. Ricordo anche quando vicino l’ex convento di Santa Teresa un pomeriggio, io avevo 4-5 anni, vidi urlare un ragazzo che portava in braccio una ragazza nuda praticamente morta… una ragazza che non ho mai capito se era stata uccisa dai partigiani o dalle truppe marocchine. È difficile riuscire a vivere con queste immagini nella mente, sono cose che restano. O ancora, quando arrivarono i bombardamenti e dovevamo correre nel sottocantina di corsa. Sono tutte cose che ti traumatizzano. Il mio attaccamento alla città nasce forse da mio padre. Era un pittore che poi passò al restauro. Lui era un fascista e fu fatto prigioniero dai partigiani. Quando tornò in Italia nel 1947 circa, si legò molto a Gravina ma non per Gravina in sé ma perché aveva avuto nostalgia di casa. Io sono legato a Gravina come lo sono del centro storico di Altamura o di altri centri (Roseto o Banzi…). Ricordo quando incontrai per caso un compagno di scuola altamurano (il dottor Nicolino Leone); insieme a lui per un paio di anni girammo con la sua macchina i paesi della Basilicata e ricordo di quella volta in cui capitammo in questo paesino (non ricordo quale) perché lui voleva mostrarmi una chiesa ma questa era chiusa. In quel momento passarono di lì alcune persone che, avendo capito il nostro interesse nel vedere la chiesa, mandarono subito a chiamare non so chi per aprirla. Oppure ricordo quando, passando per una stradina, c’erano delle signore che non ricordo bene cosa stessero preparando ma appena ci videro e capirono che eravamo dei “forestieri”, subito ci dettero qualcosa da portar via. Questa è la vita che mi piace e questa vita non è solo di Gravina ma anche di Altamura o di altri centri… Il mio è un legame ad un certo modo di vivere, un rapporto sociale umano. Avevo due zie insegnanti; allora le scuole erano rigorosamente o maschili o femminili. Siccome c’era mia zia in una di queste scuole femminili, io e altri tre maschietti iniziammo a frequentare quella scuola. Quando mio padre tornò dalla prigionia nella primavera del ’47, un suo compare che era maestro elementare raccontò a mio padre che ero stato in una classe di tutte femmine. All’epoca era uno scandalo una cosa del genere per cui fui preso di peso da questa classe e messo in una classe maschile. Al di là di aver perso tutti gli amichetti compreso mia cugina, il nuovo maestro era un cattolico che ci faceva fare cose strane e che in qualche modo ha poi influenzato le mie scelte future. Ad esempio se c’era un temporale lui ci faceva pregare con le braccia aperte fin quando non smetteva oppure ci faceva leggere con il libro alla rovescia. In particolare, poiché su Via Margherita viveva una famiglia protestante, questo maestro ci indicava apposta la casa perché dovevamo stare alla larga da quella famiglia, come se fossero degli appestati, marchiati come delinquenti. Queste cose mi hanno traumatizzato ed è per questo che poi sono diventato completamente ateo e di sinistra. Mio padre dipingeva quadri ma non ho mai capito perché è poi passato al restauro; mio nonno paterno invece, che non ho mai conosciuto, era professore di disegno, aveva studiato a Roma (o Napoli, non ricordo). Ci sono tante cose che mi affascinano di Gravina. La Madonna della Stella è un santuario che poteva essere raggiunto dal Piaggio mediante dei camminamenti lungo il costone della gravina. A un certo punto un vescovo impose che le chiese dovessero essere chiuse al tramonto soprattutto la Madonna della Stella, luogo in cui uomini e donne avevano degli amplessi. Perché la Madonna della Stella bisognava chiuderla all’imbrunire? Perché moltitudini di uomini e donne andavano lì a ballare? Per arrivarci c’era un viottolo piccolissimo… Perché mai gli abitanti facevano tutto questo percorso solo per andare a ballare? C’è sicuramente altro, era un luogo di rituali e lo stesso vale per la Cripta di Sant’Arcangelo. C’è tutto il paganesimo lì molto probabilmente. C’è una fiaba – la Fiaba di Maria – che racconta di una ragazza, Maria, che rimane incinta solo per essere andata lì. Inoltre in quel luogo si facevano i Bilanci, cioè finita la costruzione di un edificio, il proprietario offriva il pranzo agli operai. Ancora, finita la prima guerra mondiale, a Gravina si festeggiò lì. Tutto questo ci fa capire che c’è qualcosa di antico e misterioso in quel luogo. Accanto alla Madonna della Stella poi c’è la grotta dell’eremita e i bassorilievi che ci sono lì sono molto strani… Naturalmente esistono degli studi in merito però bisogna capire perché nel 1500/1600 andavano a suonare lì. Oppure perché la facciata della Cattedrale dà sul nulla? Anche se prima dava su Botromagno. Sembra una eterna lotta tra paganesimo e cristianesimo. Oppure la Lamia del Comune, la Cattedrale e Palazzo Orsini… sono tre punti che formano un triangolo, il triangolo del potere. La chiesa della Madonna delle Grazie invece è enorme, e fu costruita da un vescovo a sue spese (e ci 27 tiene a dirlo tanto da scrivere sul cartiglio P.P.P. cioè Propria Pecunia Porsuit). Perché questo vescovo ha deciso di costruire quella chiesa? L’interesse, la devozione della Madonna della Stella che è dei poveri, del popolo, si sposta su questa cosa enorme che è del 1602. Immaginiamo un po’ questa enorme aquila che c’è sulla facciata della chiesa e che domina su tutta Gravina (aquila che è anche lo stemma del vescovo). Gli abitanti ne erano intimoriti, quell’aquila, quella chiesa diventa il simbolo del potere perché era necessario marcare il territorio per distogliere l’attenzione sulla Madonna della Stella. Queste sono le cose che mi affascinano, il problema è che nessuno ha mai scritto che cosa sentiva o vedeva lì. Una persona può immaginarlo ma non può capirlo. Io dico che il passato non deve essere ricordato come un’epoca d’oro ma non deve nemmeno essere marcato come un’epoca di ignoranza. Io mi sono sposato 52 anni fa a San Michele delle Grotte, la gente era attirata dal mio matrimonio perché non era mai successo di sposarsi giù a Fondovico. Fondovico è il termine che il popolo ha sempre usato e in effetti l’origine è Finis Vitae perché a San Michele delle Grotte c’era un cimitero. Ma si dice anche Fondovito (per Franco Laiso ad esempio è il fondo di San Vito perché delimita la proprietà di Sanvito. Anche il Piaggio in realtà è il Chiaggio, o Botromagno (grosso burrone) in realtà è Pietramagna (grande pietra). Io credo soprattutto al popolo perché in dialetto si è sempre detto “fin vit” a distanza di 400-500 anni. Gravina ha migliaia di fogge dove venivano depositati i cereali e De Martino diceva che Gravina era tutta vacua cioè tutte le piazze erano fogge. Naturalmente queste fogge non esistono più, sono state coperte. A piazza Plebiscito ci sono a terra delle fogge con delle coperture in vetro ma con l’umidità… tutto ciò che riguarda Gravina vecchia bisogna preservarlo e dopo, se puoi, valorizzarlo e bisogna imparare anche a raccontarlo. Le mura di Gravina, il fossato di Gravina… ci si è costruito sopra. Ad esempio dietro la Torre dell’orologio c’è un arco e quello è Porta San Cavallo ed è probabile che lì ci fosse il fossato. Diventato inutile il fossato dopo l’Unità d’Italia fu riempito attorno e sopra ci costruirono la torre. Verso Vittorio Veneto, poco dopo il bar, si vede in alto una scritta “BIRRA602” e se non ricordo male c’è pure una rosa che è il simbolo degli Orsini. Probabilmente oltre a indicare che era una proprietà degli Orsini, Gravina finiva lì, così come a Via Pietro Ianora, a sinistra. Il fossato è stato riempito e quindi il centro storico si è spostato falsamente più avanti. Queste sono le cose da tirare fuori. Gravina aveva una Consuetudine dotale diversa da Altamura. La Consuetudine dotale in tutta la Basilicata e terra di Bari era di origine longobarda, cioè l’uomo comprava la donna. In alcuni paesi, in Campania e a Gravina la consuetudine dotale era franco-normanna cioè la donna non era più una merce di scambio. La donna era alla pari con l’uomo. Entrambi portavano la dote. La dote della donna non passava al marito ma direttamente ai figli; “Per solum vagitum infanti” cioè bastava che il bambino avesse emesso un solo vagito per essere ritenuto vivo; di qui la dote passava, tramite il figlio, al marito. Il marito diventava il custode della dote della donna. Altamura invece prende metà della consuetudine dotale longobarda e metà di quella franco-normanna. Libro dei segreti: è un libro che andò nelle mani di una donna che non voleva più continuare l’attività della madre che era una "masciara", per cui conoscendo questo amico comune gli dette il quaderno dei segreti. In questo libro ci sono i segreti per guarire le persone: il segreto dei cigli, il segreto della pancia. Il segreto della fascinatura Il fascino che vai per la via dove vai Maria da Maria non devi andare perché è carne battezzata da terra lo prendiamo a Franco lo buttiamo per nove volte un Pater Noster Ave e Gloria se hai fede per tre volte Il fascino che vai per la via dove vai Maria da Maria non devi andare perché è carne battezzata da terra lo prendiamo. Questi segreti venivano tramandati di madre in figlia la notte di Natale. Non erano magie. Non ricordo se erano destinati ai sette: il settimo figlio maschio di 7 figli maschi o la settima figlia femmina di 7 figlie femmine aveva il potere di guarire. Sono formule che venivano ripetute per curare un male, per togliere il malocchio. Bisogna dire che nel 1700 29 (siamo lontani dall’Inquisizione spagnola per cui l’intervento della Chiesa è minore) ci sono un’infinità di processi fatti alle “masciare” che poi continuano a distanza di 4 o 5 anni; il che vuol dire che non erano state condannate in maniera pesante. La cosa assurda è che ci sono persone di una notevole cultura, tipo un canonico che si chiamava Maiorana (i Maiorana sono una delle famiglie più ricche e nobili di Gravina) che era convinto di essere stato fascinato da una certa Domenica Pinzella che era “masciara” e chiese aiuto a un’altra per essere sfatturato. Questo nome si ritrova dopo 4 o 5 anni e questo significa che la Chiesa non interveniva più in maniera pesante.
Questo sono io
ritratto da Carlos
occhi negli occhi di mio nonno
dipinto da mio padre
un’immagine non è mai
solo un’immagine
è presenza e assenza
un continuo presente.
VOCE 01
Mamma, ricordi quell’estate in montagna dagli zii?
La voce rauca data dalle sigarette di zia rompeva la quiete di quei giorni, lì dove la radio ronzava e taceva, taceva di più, ronzava di meno.
La casa si cristalizzava nei suoi sbuffi di fumo, mentre le curve e le punte innevate, fuori accecate dal sole piatto d’agosto, mi facevano sentire sulla Luna, che allora non avevamo ancora calpestato.
Mi dicesti che però amavi il mare, che al mare ti sentivi davvero a casa, che il mare era l’elemento che ci univa davvero.
Io ti dissi che avrei voluto essere lì, sul molo di Monopoli, il giorno del vostro matrimonio perché quella fotografia mi faceva bruciare gli occhi, mi inteneriva.
Fu allora che mi confessasti che quella foto
era molto importante per te, perché raccontava quel momento in cui, senza velo e con la faccia calda del sole e dell’amore, ti spingesti con papà fino al punto più aggettante sul mare. Una promessa segreta tra te, lui e il mare come unico testimone.
Il mare, solo il mare.
Per questo, mi prendesti la mano e mi dicesti, Franco tu sei figlio di quell’amare, di quel mare, per questo stanotte prendo la macchina di zia e ti riporto a casa.
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